CCCP ULTIMA CHIAMATA * Legnano 3 luglio 2025




 Nel mio delirio di onnipotenza mi accingo a scrivere di un gruppo su cui sono stati già versati i proverbiali fiumi di inchiostro. Sono stato preceduto da giornalisti, scrittori, filosofi ed antropologi che hanno scritto articoli, libri, tesi di laurea, organizzato convegni! Speriamo bene… 

 Probabilmente, nel solco tracciato dalla band, questo sarà un pezzo di autoanalisi, che parte dal 1984, anno di pubblicazione del loro primo 45 giri, con i nastri delle loro canzoni che si srotolavano nell’autoradio facendo da colonna sonora a tante spensierate notti giovanili, per arrivare all’ultracinquantenne di oggi che in parte è ancora il ragazzo sognatore che si aspetta un mondo migliore («voglio ciò che mi spetta, che è mio e mi aspetta»). Potrei scrivere usando solo parole tratte dai loro testi, ispirati dalle fonti più disparate, ma mi limiterò ad usarle solo occasionalmente. Un paio di queste frasi le ho anche inchiostrate sugli avambracci, e molte altre potrebbero accompagnarle, a dimostrazione che i CCCP hanno popolato la mia vita e quella di molti altri, dando l’incipit ad un personale percorso interiore. 

 Giovanni Lindo Ferretti è stato il poeta della mia generazione, il faro illuminante la nostra coscienza collettiva. Provocatore da sempre, ha dichiarato più volte che ama il conflitto, ed odia il pubblico plaudente. «Se non disturbo, se non colpisco, mi sento malissimo, fuori dal mondo». Per lui il cantare è rimasta un’esperienza carnale, non tecnica. Questa conflittualità è stata esplicitata più volte, cantando «non sono come tu mi vuoi», «ma tu cosa mi dai di te», «fai di me un idolo e mi brucerò», e tante uscite pubbliche che avrebbero dovuto mettere i suoi detrattori sulle giuste coordinate per non definire una persona che non è inquadrabile in uno schema plastico. Ho avuto la fortuna di scambiare con lui qualche parola ai margini di eventi minori, e devo dire che l’immagine pubblica che ne danno i media schierati, è assolutamente opinabile. Resta un uomo vero e sincero, che pur nella sua conclamata selvaticità, mette sempre i rapporti umani al primo posto. Io sono uno dei tanti che non ha seguito la prima parte del tour nel 2024, nato sulle ali dell’entusiasmo generato dal successo delle date berlinesi, frutto della riappacificazione seguita al successo della mostra Felicitazioni (entusiasmante!). Ero uno di quelli che dicevano che 50 euro per un concerto dei CCCP erano troppi, che non si dovevano commercializzare dei sentimenti purissimi e dei ricordi indelebili. 

 Però poi ho risposto all’ultima chiamata, con le ultimissime sette date previste nel 2025, probabile frutto di accordi pregressi. Ricordandomi delle parole «sei tu, chi può darti di più» mi sono detto: «Mauro, se non ci vai sei proprio un coglione, e lo rimpiangerai, pur avendoli già visti altre volte nella prima fase della loro carriera».



 Eccomi quindi al Rugby Sound, ospitato da qualche anno al parco del castello di Legnano, dove zanzare grosse come elicotteri la fanno da padrone tra le dense nuvole di polvere sollevate dal numeroso pubblico danzante. Circa 4000 i presenti dietro di me, che mi sono conquistato con largo anticipo un posto alla transenna, insieme agli amici Laura e Paolo, al loro primo concerto della band reggiana, dopo aver passato la vita ad ascoltarli religiosamente. Schizzati vorticosamente verso l’alto i prezzi per il cibo e la scadente birra industriale, allontanano sempre più questo festival dalla organizzazione genuina e casereccia dei primi anni a Parabiago, indirizzandola ad una impersonale e redditizia gestione di un marchio («ma io non sono un marchio registrato, un prodotto di mercato»). Dopo trent’anni passati come cellula dormiente, si risvegliano da questo lungo letargo ancora con lo spirito primigenio. I CCCP sono stati situazionisti, acuminati provocatori che hanno prodotto Arte volta ad illuminare le coscienze, usando come rampa di lancio la loro musica e la loro presenza scenica. 

 Come il nobile vino rosso che nasce aspro e pungente, dopo essere maturato per decenni in botti di rovere antico, diventa più corposo e potente, appagante ma diverso da ciò che era in origine, così sono diventati i CCCP. Alla chitarra grattuggiata di Zamboni ed alla voce salmodiante di Ferretti, si sono innestati i tre Ustmamò Ezio Bonicelli (chitarra e violino), Luca Rossi (basso), Simone Filippi (batteria) e due giovani percussionisti. Questa ensemble riarrangia quasi tutti i brani dando all’esecuzione un suono estremamente pieno e potente, lontano dalle atmosfere scarne ed abrase dalla carta vetrata dei componimenti originali. Emblematici gli esplosivi e magmatici otto minuti di Emilia Paranoica! Restano fedeli alla versione originale Spara Jurij e la canzone manifesto CCCP, su cui si è scatenata la folla pogante. 

 Nonostante l’opprimente calura, Ferretti indossa una pesante tuta da operaio delle Officine Meccaniche Reggiane, avvicinandosi ed allontanandosi a passi lenti e cerimoniosi dal leggio/altare su cui celebra la sua liturgia canora. Annarella, benemerita soubrette, allieta elegantemente i presenti con innumerevoli e sempre ben riusciti cambi d’abito, mentre Fatur, artista del popolo, aka Josè Lopez Macho Frasquelo, ancora riempie di dinamicità dadaista il palco con le sue attrezzature autocostruite, dando al comune ed ineluttabile declino fisico valenza filosofica. 
 

Un tempo stendevano il filo spinato, e non solo metaforicamente, tra loro ed il pubblico per ribadire le due parti della psicoterapia di gruppo in atto durante i loro concerti. Ora che il cerchio si sta definitivamente chiudendo, con questa ultima tranche di concerti questa divisione non è più necessaria, la terapia è riuscita ed il flusso di coscienza tra sopra e sotto il palco è unico e costante. 

 I CCCP hanno cambiato le loro vite e quelle dei loro accoliti, pur non avendo mai avuto la presunzione di spiegare agli altri ciò che devono o non devono fare. La loro storia è terapia psichiatrica continua, che si adagia sulle note più disparate: punk, rumorismo, etnico, liscio, balcanico, mediorientale. Nei testi si trovano citazioni colte, visioni poetiche, slogan pubblicitari, con un continuo passaggio dall’alto al basso, osando l’impossibile.

 Il live è ridiventato momento collettivo, celebrazione del passato con annessa catarsi. Quattromila persone di tutte le età, ognuna con le proprie aspettative per la serata, che hanno cantato a squarciagola tutti i testi, coprendo talvolta la voce di Ferretti. Una massa idolatrante che con l’ultima canzone in scaletta, Amandoti, eseguita con voce e violino, si scioglie in lacrime di felicità, tagliando definitivamente il cordone ombelicale così a lungo mantenuto. «Amami ancora, fallo dolcemente, solo per un’ora, perdutamente». Il rito di commiato è finito, «la morte è insopportabile per chi non riesce a vivere». Ed ora, ciò che deve accadere accade! 

 P.S. Maledetta prevedibilità degli addetti alla security, tutte le scalette sono state date a ragazze, nonostante abbia cercato di commuoverli con la mia vetustà. Mi accontento del garofano lanciato dalla benemerita soubrette, anche se condannato dalle leggi della chimica ad un veloce deperimento. E qui si potrebbe aprire un altro pippone filosofico, ma è meglio soprassedere… 

                       Mauro Spagnoli 

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